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A chi faccio testamento ?

 

A CHI FACCIO TESTAMENTO ?

 

La cronaca italiana (e non solo) ha raccontato storie di grandi famiglie e imperi industriali che hanno incontrato seri rischi di smembramento familiare e di dissoluzione imprenditoriale al momento dei passaggi generazionali.

In tali casi, spesso con superficialità quasi inspiegabile, si è affidato il “passaggio” alla generazione successiva a strumenti giuridici assolutamente inadeguati e, per quanto riguarda noi, ad una apparente assenza di ponderazione psicologica. Come dire: «se la vedano loro, io non ci voglio pensare. Tanto, io non ci sarò più…».

Le crisi giungono alla cronaca quando sono “grandi” ma in realtà fanno parte della vita di tutte le famiglie: soventi sono le successioni che hanno luogo con forti malumori, delusioni e, talvolta, anche con strascichi giudiziari («…perché, se mi voleva bene, non ha lasciato “qualcosa di scritto” ?»; «ma come, allora noi fratelli non siamo tutti uguali ?»; «Purtroppo, per paura di non fare torto a qualcuno ha compromesso l’azienda…»)

Se con il senno di poi i malumori sono razionalmente giustificati, va anche detto che, in fondo, l’atteggiamento “superficiale” del protagonista è anche comprensibile: sia dal punto di vista psicologico (perché devo tracciare una mappa dei miei affetti tradotta nei miei lasciti ?) sia dal punto di vista filosofico (prendersi cura dell’esistente quando io cesserò di esistere ha una sua contradditorietà…).

Ma allora, che fare ?

Le diverse dimensioni

È ovvio che qualsiasi disposizione testamentaria, di donazione o conferimento è sempre una disposizione di carattere giuridico da compiersi nelle sedi appropriate e nelle forme necessarie.

Ma altrettanto ovvio è che a monte di tali atti vi è sempre una scelta di carattere prettamente personale.

In tale senso l’accompagnamento nelle decisioni testamentarie e dispositive è per definizione un ambito di lavoro della psicologia giuridica, disciplina che come sappiamo converge le conoscenze della psicologia al servizio del diritto.

Confrontarsi per decidere

La consulenza psicologico-forense in ambito successorio è finalizzata proprio a trovare una dimensione di confronto con una figura terza per potere “pensare ad alta voce” – e condividere – tutti gli aspetti che circondano tali scelte: come posso fare a non scontentare nessuno pur rendendo giustizia ai miei reali “affetti” ? come posso fare a lasciare un segno concreto verso quella persona – o ente – che tanta importanza ha avuto nella mia vita ? cosa posso fare subito, in vita, e cosa invece è opportuno rinviare ad un futuro scritto ? sono libero e lucido nel lascito che intendo fare o sto subendo invece qualche forma di – consapevole o meno – pressione ?

Tutte queste sono esempi di interrogativi che forse non è opportuno lasciare al momento della firma di fronte al notaio nei – legittimi – tempi dell’esecuzione di un atto.

Un lavoro in rete

Il lavoro in rete è quello dove diverse competenze si coordinano per la produzione di un risultato atteso. Lo psicologo forense non è ovviamente titolato a trovare le soluzioni tecniche (giuridiche, economiche, finanziarie) per giungere al risultato voluto, è solo parte, appunto, di una rete professionale (che può essere formalmente coordinata o meno).

Il suo ruolo è quello di creare una “camera di riflessione” che consenta alle motivazioni a monte delle scelte successorie di trovare il loro legittimo spazio senza essere relegate negli anfratti (spesso sofferti) psicologici del protagonista.

 

Il tema di cui parliamo viene talvolta definito, nel linguaggio tecnico-aziendale, “passaggio generazionale” o “pianificazione successoria”. Tali definizioni, se ci è consentito, tradiscono a nostro avviso di un peccato di fondo: sembrano anteporre “le cose” (tante o poche che siano) alle “persone”, quasi che le seconde siano al servizio delle prime.

Ecco, forse a noi piace di più parlare di “bilancio di una vita” piuttosto che di “pianificazione successoria”.

 

Luca Sammicheli